RonNAGLE
Phantom Banter
Gió Marconi, Milan
28.05.–24.07.2026
IT Ron Nagle
Phantom Banter 
Inaugurazione: giovedì 28 maggio 2026; 12-20
29 maggio – 24 luglio, 2026
 


Gió Marconi Gallery è lieta di annunciare Ron Nagle. Phantom Banter, la prima mostra personale in Italia dedicata allo scultore della West Coast Ron Nagle, noto per le sue raffinate sculture in ceramica di piccola scala. L’esposizione segna la sua seconda presenza nel Paese, dopo la partecipazione a The Encyclopedic Palace alla 55ª edizione della Biennale di Venezia 2013, a cura di Massimiliano Gioni.
La mostra presenta undici sculture realizzate tra il 2024 e il 2026, insieme a una selezione di disegni recenti, offrendo uno sguardo approfondito sulla ricerca artistica di Nagle.
Nato nel 1939 a San Francisco, dove vive e lavora, Nagle inizia a dedicarsi alla ceramica negli anni Cinquanta. Nel 1961 è apprendista presso Peter Voulkos all’Università della California, Berkeley, entrando in un ambiente sperimentale che porterà alla definizione del California Clay Movement. In questo contesto, a stretto contatto con artisti come Ken Price—che esercita su di lui un’influenza significativa—Nagle sviluppa rapidamente un linguaggio personale. Fin dagli esordi, il suo lavoro si distingue per la riduzione della scala e per una straordinaria attenzione alla superficie, elementi che diventeranno tratti distintivi della sua ricerca.
Le sue sculture, raramente superiori ai 15 cm, sono costruite a partire da elementi ceramici colati e cotti, successivamente modificati con resine e altri materiali sintetici che gli consentono di espandere le forme oltre i limiti dell’argilla. Il processo è orientato all’ottenimento di effetti visivi specifici: superfici lucide o opache, texture granulari, colature sospese, stratificazioni cromatiche. Nonostante la tridimensionalità, Nagle lavora costantemente “da un punto di vista piatto”, concependo l’oggetto come immagine. In questo processo, il disegno riveste un ruolo centrale e, a partire dagli anni Novanta, precede quasi sistematicamente la realizzazione scultorea. L’ispirazione nasce spesso da osservazioni quotidiane—alberi piegati, rocce erose, gomme da masticare schiacciate o graffiti—che vengono tradotte in schizzi rapidi, talvolta automatici. Più che determinare la palette cromatica, questi disegni definiscono la resa della forma e del volume.
In origine, Nagle realizza questi disegni principalmente in bianco e nero su blocchi gialli e rosa, spesso a righe, successivamente inizia a disegnare su carta velina, attribuendo al disegno un ruolo sempre più determinante nel processo creativo. Dopo averne prodotti centinaia, seleziona quelli più efficaci e, utilizzando una fotocopiatrice, ne modifica la scala fino a individuare la dimensione ideale per la traduzione tridimensionale.
Il linguaggio, come elemento ulteriore, agisce su un piano autonomo. I titoli—costruiti attraverso giochi di parole, slittamenti fonetici e libere associazioni—non descrivono le opere né ne offrono una chiave interpretativa univoca. Assegnati a posteriori, introducono piuttosto un ulteriore livello di ambiguità. Questa scissione tra oggetto e titolo richiama, seppur indirettamente, le logiche associative del Surrealismo e le pratiche riconducibili a Man Ray, che fece di tale procedimento un elemento fondante della propria ricerca artistica.
Questa sensibilità per il suono e per le possibilità evocative del linguaggio è legata anche al background musicale di Nagle. Oltre a essere un artista visivo, è infatti un musicista e autore di canzoni: narrazione, rime e giochi di parole gli risultano naturali e costituiscono elementi essenziali della sua personalità.
Il lavoro di Nagle si sviluppa attraverso una complessa rete di influenze, che non si presentano mai come citazioni ma come elementi integrati in un sistema coerente. Da un lato, la tradizione della pittura moderna—Giorgio Morandi, Philip Guston, Josef Albers—dall’altro, la ceramica giapponese del periodo Momoyama e l’estetica del wabi-sabi che celebra la bellezza imperfetta. A queste si affiancano elementi provenienti dalla cultura popolare americana del dopoguerra: le hot rod, con le loro superfici laccate e la cura estrema della finitura, e l’architettura in stucco del Mission District di San Francisco caratterizzata dalla presenza di murales estremamente colorati.
Questa compresenza di riferimenti produce una continua commistione tra alto e basso, tra cultura artistica e cultura visiva quotidiana, operando all’interno di una forma tutta unica di astrazione pop-surrealista che deriva dai suoi interessi e dal suo ambiente. Le superfici raffinate e stratificate convivono con effetti volutamente artificiali; l’accuratezza tecnica si combina con soluzioni che evocano il mondo del design automobilistico.
Nel corso di oltre sei decenni, Nagle ha progressivamente ampliato il proprio vocabolario tecnico, introducendo materiali industriali in funzione degli effetti desiderati. La superficie diventa il luogo privilegiato della ricerca: aerografo, vernici automobilistiche e processi di sovrapposizione permettono un controllo estremamente preciso del colore.

Ron Nagle (n. 1939) è nato a San Francisco, dove vive e lavora tuttora. La sua prima mostra personale si è tenuta nel 1968 e da allora ha esposto in numerosi musei, tra cui il Saint Louis Art Museum, il Carnegie Museum of Art, il San Diego Museum of Art, il Museum Boijmans Van Beuningen, la Secession, il Fridericianum e il Berkeley Art Museum. Nel 2013 il suo lavoro è stato incluso nella mostra “The Encyclopedic Palace” alla 55ª Venice Biennale. Nagle è anche musicista e nel 2015 è stata pubblicata da Omnivore Recordings un’edizione deluxe del suo acclamato album del 1970 Bad Rice. Ancora oggi, Nagle scrive e produce musica.
EN Ron Nagle
Phantom Banter 
Opening: Thursday, May 28, 2026; 12pm-8pm
May 29 – July 24, 2026 



Gió Marconi Gallery is pleased to announce Ron Nagle. Phantom Banter, the first solo show in Italy dedicated to West Coast sculptor Ron Nagle, known for his refined small-scale ceramic sculptures.

The exhibition marks his second presentation in the country, following his inclusion in The Encyclopedic Palace at the 55th Venice Biennale 2013, curated by Massimiliano Gioni.
On view are eleven sculptures produced between 2024 and 2026, alongside a selection of recent drawings, offering an in-depth perspective on Nagle’s artistic research.
Born in 1939 in San Francisco, where he lives and works, Nagle began working in ceramics in the 1950s. In 1961 he apprenticed with Peter Voulkos at the University of California, Berkeley, entering an experimental environment that would lead to the development of the California Clay Movement. In this context, in close dialogue with artists such as Ken Price—who exerted a significant influence on him—Nagle quickly developed a personal visual language. From the outset, his work has been distinguished by its reduced scale and an extraordinary attention to surface, elements that have become defining features of his practice.
His sculptures, rarely exceeding six inches, are constructed from cast and fired ceramic elements, subsequently modified with resins and other synthetic materials that allow him to expand forms beyond the limits of clay. The process is oriented toward achieving specific visual effects: glossy or matte surfaces, granular textures, suspended drips, and layered color. Despite their three-dimensionality, Nagle consistently works “from a flat point of view,” conceiving the object as an image.
Within this process, drawing plays a central role and, since the 1990s, has almost systematically preceded the sculptural realization. Inspiration often emerges from everyday observations—bent trees, eroded rocks, splatters of chewed gum or graffiti—which are translated into rapid, sometimes automatic sketches. Rather than determining the color palette, these drawings define the rendering of form and volume.
Initially, Nagle produced these drawings primarily in black and white on yellow and pink lined pads; later, he began working on vellum, assigning drawing an increasingly decisive role in the creative process. After producing hundreds of drawings, he selects the most effective ones and, using a photocopier, adjusts their scale to identify the ideal dimension for three-dimensional translation.
Language operates on an autonomous level. The titles—constructed through wordplay, phonetic shifts, and free associations—do not describe the works nor provide a single interpretive key. Assigned a posteriori, they introduce an additional layer of ambiguity. This separation between object and title indirectly recalls Surrealist associative strategies and practices related to Man Ray, who made such procedures central to his artistic research.
This sensitivity to sound and the evocative potential of language is also connected to Nagle’s musical background. In addition to being a visual artist, he is a musician and songwriter: narrative, rhyme, and wordplay come naturally to him and are essential aspects of his personality.
Nagle’s work develops through a complex network of influences that never appear as quotations but instead function as integrated elements within a coherent system: on the one hand, the tradition of modern painting—Giorgio Morandi, Philip Guston, Josef Albers—and, on the other, Japanese ceramics of the Momoyama period and the aesthetics of wabi-sabi, which celebrate imperfect beauty. These are accompanied by elements drawn from postwar American popular culture: hot rods, with their lacquered surfaces and meticulous finishes, and the stucco architecture of San Francisco’s Mission District, characterized by vividly colored murals and grafitti.
This coexistence of references produces a continuous interplay between high and low, between artistic culture and everyday visual culture, operating within a uniquely personal form of pop-surrealist abstraction rooted in the artist’s interests and environment. Refined, stratified surfaces coexist with deliberately artificial effects; technical precision is combined with solutions that evoke the world of automotive design.
Over more than six decades, Nagle has progressively expanded his technical vocabulary, introducing industrial materials in pursuit of desired effects. The surface becomes the privileged site of investigation: airbrushing, automotive paints, and layering processes allow for an extremely precise control of color.

Ron Nagle (b. 1939) was born in San Francisco, where he currently lives and works. His first one-person exhibition took place in 1968, and since then he has had exhibitions at numerous museums, including the Saint Louis Art Museum, the Carnegie Museum of Art in Pittsburgh, the San Diego Museum of Art, the Museum Boijmans Van Beuningen in Rotterdam, the Secession in Vienna, the Fridericianum in Kassel, and the Berkeley Art Museum. In 2013 his work was included in the exhibition “The Encyclopedic Palace” at the 55th Venice Biennale. Nagle is also a musician, and a deluxe edition of his acclaimed 1970 album Bad Rice was released on Omnivore Recordings in 2015. Nagle continues to write and produce music.
Menuexhibitions
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