installation view: Home is where my art is, Giò Marconi, 2016

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FredrikVÆRSLEV

Home is where my art is

16.09. - 04.11.2016

 

Inaugurazione giovedì 15 settembre dalle 19 alle 21
16 settembre - 4 novembre 2016
martedì - sabato, 11-19

 

Giò Marconi ha il piacere di annunciare “Home is where my art is”, la seconda mostra personale di Fredrik Værslev in galleria.
Il focus dell'esposizione è sui terrazzo paintings di Fredrik Værslev.
Un corpus di opere di piccola scala sono installate all'interno di una serie di casette di legno che l'artista ha realizzato e dipinto appositamente per questa occasione.

 

Fredrik Værslev – Easy to Clean and Easy to Ignore

“Ogni artista è legato a un errore con il quale ha una particolare familiarità. Tutta l'arte trae origine da un difetto inconsueto, ogni opera è l'implementazione di questo difetto originario, da cui deriva una rischiosa completezza e una nuova luce”.
(Maurice Blanchot, in Il libro a venire)

La pavimentazione rappresenta un atto di civilizzazione del terreno su cui camminiamo. I pavimenti sostituiscono la nuda terra in tutta la sua primitività. Posare un pavimento significa iniziare a tracciare dei confini tra lo stato naturale e la civilizzazione. Un pavimento – che sia in legno, cemento o plastica - rappresenta un posto nel mondo.

Il concetto di specificità di luogo è stato utilizzato in diversi ambiti artistici nel corso degli anni. Al volgere del secolo, il curatore e storico dell’arte Miwon Kwon ha scritto di come l’arte site – specific stesse “ diventando sempre più scardinata dalla realtà del luogo”.* Similmente i terrazzo paintings di Fredrik Værslev imitano un processo di scardinamento nel momento in cui innalzano motivi che appartengono ai pavimenti, nello specifico ai pavimenti in terrazzo, su di una superficie che viene poi esposta verticalmente al pubblico. I motivi connettono mentalmente ai pavimenti ma si tratta di luoghi indipendenti da connessioni spaziali. Diventano oggetti di contemplazione estetica, ma anche elementi attivatori di una molteplicità di riflessioni, dalla fluidità dello spazio nel mondo digitalizzato al desiderio nostalgico per un particolare tipo di pavimentazione.

I terrazzo paintings di Værslev hanno una genealogia specifica. L’artista ha indagato l’onnipresente, e spesso anonimo, battuto di terrazzo alla veneziana utilizzato nelle scale degli edifici scandinavi a più piani del secondo dopo guerra, ricercando le trasformazioni pittoriche nel passaggio dal cemento alla tela.

Questi pavimenti hanno spesso una tonalità grigio cemento punteggiato di un bianco sporco. Sono allo stesso tempo facili da pulire e facili da ignorare. Il loro caratteristico motivo si ottiene mescolando all’interno del cemento vari granulati. Il tutto è poi triturato e affinato finché l’agglomerato di partenza con tutte le sue sporgenze, si trasforma in uno schema liscio e uniforme. La superficie tridimensionale diventa una sorta di sezione trasversale bidimensionale, un codice visivo.

La genealogia si amplia fino alla pavimentazione degli antichi palazzi di Venezia. Lì l’elegante e storico terrazzo alla veneziana, spesso decorato con intarsi di calce e granulati di diversi colori, sembra galleggiare e creare piccole onde, come quando il suolo non uniforme si riflette nella posa dei marciapiedi.

L’origine del pavimento in terrazzo va ricercata ancora più indietro nel tempo rispetto ai palazzi veneziani, in quanto utilizzato sin dall’antichità. In una gerarchia di pavimentazioni il terrazzo – a dispetto delle sue potenzialità creative e vantaggi tecnici – veniva considerato ordinario e passava in secondo piano rispetto al mosaico e alla solida pietra. Come spesso accade, i materiali più comuni hanno un’insolita capacità di sopravvivere e così il pavimento in terrazzo ricompare nei palazzi del sedicesimo secolo e più avanti nelle abitazione scandinave moderniste a più piani.

Le opere di Fredrik Værslev non si riferiscono primariamente a speculazioni metafisiche e rituali, nonostante la somiglianza superficiale con le opere di pittori come Jackson Pollock. Nella sua ricerca artistica, Værslev è profondamente interessato al quotidiano. Il quotidiano è il suo punto di partenza, poi portato nella sfera dell’arte tramite la simulazione dei motivi. Værslev analizza ciò che calpestiamo o su cui passeggiamo, lo astrae in colori su di una superficie, spesso lasciando che il non dipinto giochi col dipinto.

E’ una successione di dialoghi architettonici; con la storia, con i materiali, con i luoghi, con le speculazioni e con il pubblico. In definitiva si tratta di esperienze scardinate che si riconnettono ripetutamente alle pareti.

Måns Holst-Ekström
storico dell’arte e scrittore

* Miwon Kwon, in October, Vol. 80. (Spring, 1997), One Place after Another: Notes on Site Specificity, p. 96.

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Opening: Thursday, September 15th, from 7pm to 9pm
From September 16th to November 4th
From Tuesday to Saturday, 11am - 7pm

 

Giò Marconi is very pleased to announce, “Home is where my art is”, Fredrik Værslev’s second solo exhibition at the gallery.
The focus of the show is on Fredrik Værslev’s terrazzo paintings.
A body of small-scale works are exhibited inside a series of wooden houses Fredrik Værslev specifically produced and painted for the show.

 

Fredrik Værslev – Easy to Clean and Easy to Ignore

“Every artist is linked to a mistake with which he has a particular intimacy. All art draws its origin from an exceptional fault, each work is the implementation of this original fault, from which comes a risky plenitude and new light.
(Maurice Blanchot, in The Book to Come)

The floor means civilizing the ground we walk on. Floors replace the naked ground in all its crudeness. Laying a floor means starting the construction of borders between nature and civilisation. A floor – made out of wood, concrete or plastic – signifies a place on earth.

The concept of place specificity has been used in a number of artistic strategies over the years. Around the turn of the century, curator and art historian Miwon Kwon wrote about how site-specific art was “becoming more and more ‘unhinged’ from the actuality of the site”.* In a similar manner Fredrik Værslev’s terrazzo paintings mimic a process of unhinging when his paintings lift patterns that belong to floors, terrazzo floors, onto a surface that is then exposed vertically to the audience. The patterns mentally connect to floors, but are places cut loose from spatial connections. They become objects of aesthetic contemplation, but also objects that enable meditations on everything from the fluidity of space in a digitalized world to nostalgic longings for a specific type of floor.

Værslev’s terrazzo paintings have a specific genealogy. He has dealt with the often bland, but omnipresent, terrazzo floors in post-war Scandinavian staircases of multi-storey buildings. He has been looking for meaningful painterly transformations from concrete to canvas.

These floors often have a concrete grey tone spotted with a dirty white. They are both easy to clean and easy to ignore. Their characteristic pattern is achieved by mixing into the concrete a ballast of gravel. The whole is then grinded and honed until the original surface with all of its individual bumps turns into a smooth, even pattern. The three-dimensional surface becomes a kind of two-dimensional cross-section, a visual code.

The genealogy has also been expanded, to the terrazzo floors of old palazzi in Venice. In them, fine terrazzo alla veneziana, centuries old, often patterned with inlays of concrete and ballasts in various colours, seem to float and make slight waves as the unstable grounds are reflected in settlements in the pavements.

But terrazzo as a material goes further back in time than Venice and was frequently used in antiquity. In a hierarchy of floors terrazzo was – in spite of its creative possibilities and technical advantages – regarded as the ordinary, overshadowed by both mosaics and solid stone. But, as is often the case, the most common materials have an unusual potential for survival, and they resurface in both 16th century palazzi and Scandinavian modernist multi-storey dwellings.

Fredrik Værslev’s paintings are not primarily about metaphysical speculations and rituals, in spite of superficial likenesses with the works of painters like Jackson Pollock. Værslev is, in his artistic research – be it about terrazzo floors, awnings or sundecks – profoundly interested in the everyday. The everyday is his starting point. This is brought into the sphere of fine art through the simulation of patterns. He studies that which we step on or walk by, abstracts it into colours on a surface, often letting the unpainted play with the painted.

It is a sequence of architectural dialogues; with history, with materials, with places, with theories, and with viewers. Ultimately it is about unhinged experiences reconnecting to walls over and over again.

Måns Holst-Ekström
art historian and writer

* Miwon Kwon, in October, Vol. 80. (Spring, 1997), One Place after Another: Notes on Site Specificity, p. 96.

 

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